martedì 9 ottobre 2007

love

god loves him, whatever he does. if we don't have designers like him we might as well stop coming.

sarah rutson, buyer di lane crawford, department store di hong kong, sulla sfilata di alexander mac queen dedicata a isabella blow

piccoli designers non crescono

in risposta al mio post su isabella blow e alle mie domande, si sono scatenate molte e articolate risposte.
il tema mi piace e quindi voglio riparlarne.
facendo se possibile un pò di chiarezza.
coltivare è una parola che vuol dire (cito da un vecchio dizionario di etimologia) "portare avanti l'aratro e in senso metaforico attendere con premura, rispettare, venerare"; ne discende il sostantivo colto.
educare vuol dire "aiutare, con opportuna disciplina, a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell'animo e le potenze della mente. Condurre fuori dai difetti"
entrambi i concetti, anche se espressi in maniera ottocentesca sono omologhi, entrambi necessari a far nascere piante, città, idee, talenti.
non ho mai creduto, e continuo a non credere, che esistano paesi o aree che producono talenti attraverso la genetica di cromosomi più atletici degli altri.
il belgio, l'inghilterra, la francia. che cosa hanno di diverso da italia o albania?
un sistema educativo e sociale che coltiva il talento, lo nutre, lo rispetta.
l'italia, semplicemente non ce l'ha.
e il problema non sono solo le scuole (che comunque ne sono una parte) ma le istituzioni, la politica, il sistema culturale in cui gli spiriti creativi affondano le radici.

lo so che è facile a dirsi.
ma è purtroppo vero come è vero che i poli si stanno sciogliendo o che la ventura ha i denti finti.
eppure esiste una ricetta per cambiare.
che non è il lamento ma il lavoro, non la frustrazione ma l'azione, non le parole ma i fatti.
c'è una generazione di vecchi stilisti, vecchie redattrici e vecchi amministratori delegati che sono a capo di vecchi marchi, vecchi giornali e vecchie aziende.
si tratta di spazzarli via. eliminarli come si eliminano i vecchi vestiti.
e ricominciare a coltivare il terreno ormai secco.
cominciamo da qui.


The actress hasn't learned the lines you'd like to hear

She won't join your clubs, she won't dance in your halls

She won't help the hungry once a month at your tombolas

She'll simply take control as you disappea
r

madonna, evita.

domenica 7 ottobre 2007

senza parole 2 - gareth pugh

cogito ergo sum

- Questa passione dei giovani di vivere contemporaneamente tra il virtuale e la realtà non è che è solo un'utopia?
- Io sono ottimista riguardo alla loro capacità di avere la meglio. Iperinformati, nati davanti ad un computer hanno saputo ricostituire e digitalizzare il proprio universo poetico, circondati da rappresentazioni di scuoiati vivi, da Lautrèamont a Doherty...
Tutto, alla fine, deve essere reinventato, e senza dubbio bisogna rispettare una maturità nei gusti e nelle aspirazioni del mondo che ci circonda. Internet è la realtà. Davanti ad una tale mutazione non resta che prendere la tangente, premunirsi contro l'immobilismo, la reazione, il conformismo. Siamo in un tempo reale. Non è lo spazio siderale, ma una diversa percezione poetica. In breve: il 2007.

- Nei tuoi propositi c'è molto ottimismo. Ma cosa ne pensi del rapporto tra globalizzazione, creazione e performance commerciale?
- Oggi mi pare illusoria l'idea di rinchiudersi in uno spazio protetto. La globalizzazione è un dato di fatto. E' indispensabile trovare un punto di vista, un legame, delle affinita elettive in scala planetaria. Perchè la dimensione è globale ed è sempre più necessario essere vigili sul senso delle cose. Il senso, l'idea e l'impegno prima di tutto. Sono molto scettico sugli strumenti del marketing. Non si va avanti guardando il retrovisore, a meno di non essere dei followers. L'idea viene prima, il marketing poi. Il marketing non può che favorire l'avvicinamento, non sostituirsi alla creazione. Aderire ad un format non vuol dire avere risultati; per avere risultati bisogna pensare diversamente. Penso a Youtube , ma gli esempi sono centinaia. Bisogna intuire, prima di ragionare. Addirittura sragionare può dare ottimi risultati...
In materia di moda si tratta di riconciliare forma e contenuto, in un contesto saturato da marchi improbabili. Le collezioni stagionali, presentate un anno in anticipo, non corrispondono più a niente, tutto è online dopo pochi secondi. Nell'impossibilità di cambiare la logistica, la moda è in ritardo sulla moda, e si difende a colpi di precollezioni e postcollezioni. Cosa che aveva un senso ma non ne ha più. Questa è per me essenzialmente la questione dietro lo sviluppo di un marchio nel prossimo futuro.

da un'intervista a Hedi Slimane su Le Monde

senza parole - balenciaga

in un mondo che

viviamo in un mondo in cui sisley fa un'edizione limitata.
che è come dire vieni a passare una vacanza esclusiva a Sharm, compra questa torta al cacao con dentro gocce di vero cioccolato, comprati un van che in realtà è il salotto di Milano.
e ricordati che tutto questo lo facciamo per te.
perchè tu vali.

sabato 6 ottobre 2007

innovazioni tecnologiche

da oggi potete avere feed rss o avvisi in mail ad ogni nuovo post.
tecnologico no?

Forse


Che cosa ne sa una cliente di Vladivostok della ricerca spirituale di semplicità di Stefano Pilati da Yves saint Laurent? Che cosa succede all'intellettualismo elitario di Raf Simons da Jil Sander quando arriva a Dallas, Texas? Perchè la prima domanda che si fa Sarah Mower, stimata redattrice del visitatissimo sito online di Vogue America, Style.com, è se i vestiti che hanno appena sfilato venderanno e quanto? Con che interesse distributori e buyer che vendono vagonate di sconosciute seconde linee piene di pantaloni dalla vestibilità perfetta osservano una collezione di Comme Des Garcons? Da quanto tempo la moda è passata nelle mani di stiliste donne che hanno un approccio quantomeno quotidiano al prodotto, designer come Frida Giannini, Phoebe Philo, Consuelo Castiglioni, Ivana Omazic? Quanti progetti personali con una vera forza innovativa e la capacità di creare scenari autonomi esistono nella moda oggi?
Forse, è per la paura di rispondere a queste domande che Isabella Blow, scopritrice e musa di grandi talenti, ha alla fine deciso di bere del diserbante e lasciarsi morire.

sabato 29 settembre 2007

gentili lettori

Cari lettori tutti,

è inutile che mi facciate i complimenti per il blog.
Questo posto serve per scatenare discussioni.
Per il momento invece è morto.
Per colpa vostra, non certo mia.
Fate qualcosa, ve ne prego.
Ce le avrete pure delle opinioni, no?
E le potete esprimere anche in forma anonima se volete.

as fashion shows go by


Finite anche questa volta le sfilate milanesi, verrebbe da fare un bilancio.
Non tanto su quali siano i trend della prossima stagione. Domanda che ha smesso di interessare anche la velina più incallita. Ma sul significato di quello che è successo, anzi sul quanto significante sia quello che è successo.
Davanti ad un bicchiere di gin tonic verde subito dopo la sfilata di Prada, ancora elettrizzato, condividevo l'estasi intellettual/visiva con un gruppetto di giornalisti.
La mattina dopo, davanti ad un caffè sotto un cielo di pioggia, condividevo la stessa estasi stavolta con un direttore di giornale.
E in serata, condividevo sempre la solita estasi con una allegra community di modaioli amici.
L'estasi che veniva dalla sconvolgente forza di un pensiero, di una visione.
Quella di un'allegra ed attempata Miuccia Prada che di nuovo aveva dato una prova di coraggio.
Con una ricetta apparentemente semplice: si prende ogni singolo elemento su cui si può lavorare, dai materiali, ai colori, le forme, la decorazione, fino alla scenografia, la musica e i colori dei drinks e si spinge tutto al di fuori dei limiti dell'ordinaria accettabilità.
La signora Prada dice addirittura che il tema su cui ha lavorato, la fragilità e il lato onirico del femminile, sono cose che le danno il voltastomaco. E per questo motivo non ha avuto problemi nel rimescolarle.
Alice nel paese delle meraviglie è diventata una splendida e solitaria ragazza dagli occhi scavati, un'adolescente inquieta preda di sogni allucinati in cui animalesche creature seducenti si avviluppano intorno al seno, dietro le spalle, sulle gambe. La leggerezza di sottovesti di organza cammina a fianco a tristi pigiami forse usati da qualche bisnonno mai incontrato (o forse incontrato) mentre una lanterna magica proietta sulle pareti stranamente rotonde della stanza da giochi figure poco rassicuranti. L'universo delle favole, incontenibile trend di stagione, trova dalle parti di Via Bergamo una rilettura vetrificata, quasi morbosa.
E a tratti scatena lo stesso senso di colpa che sentiamo quando, inconsapevoli, affondiamo nelle pagine della lolita di Nabokov, nelle descrizioni malate dei suoi vestiti di pizzo, dei suoi capelli leggeri e la cosa, nostro malgrado, ci piace.

mercoledì 19 settembre 2007

Ittierre, vertici indagati per 1,3 milioni di euro di agevolazioni fiscali

L'azienda è al centro delle indagini della procura della repubblica di Campobasso per aver aggirato le leggi sull'import-export di tessuti e di capi d'abbigliamento...Secondo gli inquirenti Ittierre avrebbe acquistato tessuto dall'Est asiatico per poi consegnarlo a laboratori di confezioni di Tunisia, Marocco, Turchia, Romania e Macedonia attestando la provenienza comunitaria dei semilavorati ottenendo tra il 2003 e il 2006, grazie a certificazioni false, agevolazioni fiscali per un valore complessivo di 1,36 milioni di euro.

da MF Fashion di oggi

sabato 15 settembre 2007

voguethical


Difficilmente la parola etica si associa ad un giornale di moda. Questo perchè nella confusione di significati che attribuiamo al termine sembra improponibile avvicinarla ad un messaggio visivo che di solito veicola prodotti.
La moda, che ostinatamente continua a raccontarsi solo attraverso immagini fotografiche, non ha l'abitudine di far passare altri contenuti se non sè stessa che guarda sè stessa.
Esistono pochi giornali che si muovono in questa torbida melma semiotica non solo conoscendola ma tentando di ribaltarne il significato, respingendone a lato l'apparato pubblicitario, e strutturando un livello di comunicazione che va al di là dell'offerta di oggetti.
Il mondo è invaso da prodotti che di per sè non hanno nessun significato. Giornali e fotografi nè amplificano il valore, a volte lo creano dal niente.
Vogue Italia è un giornale amato da chi lavora nella moda ma anche odiato, perchè si concede la libertà di negare quello di cui vive.
Chi ha dato un'occhio anche veloce al numero di Settembre non ha potuto fare a meno di scontrarsi con la potenza delle immagini del servizio sulla guerra di Steven Meisel.
Improvvise, sporche, scioccanti, modaiole fino all'osso.
Non c'è protesta riguardo alla situazione ancora in atto, nè tentativo di informazione.
Solo un'attenta ricostruzione documentaristica delle condizioni dei soldati in Iraq proiettata sul set di uno shooting di moda. Il sacro e il profano vengono mescolati coscientemente. Il significato etico viene forzatamente eroso. La portata emozionale azzerata.
Meisel lascia che la moda tolga l'odore di morte dalle sue fotografie.
Ma non per creare una vuota esaltazione visuale.
Il risultato è una lastra di vetro opaca attraverso la quale distinguiamo la nostra capacità critica, nella quale vediamo riflesse le quotidiane immagini televisive ammorbanti e dalla quale nascono riflessi accecanti che forse colpiscono la nostra coscienza.
Non c'è risposta in queste immmagini. E non c'è neanche domanda.
Come sempre in Meisel l'estetica schiaccia l'etica consapevolmente. L'osservazione diventa sguardo. Il niente diventa tutto.
Lo straordinario è vedere accadere sulle pagine di un giornale di moda quello che molti fanno quotidianamente ma senza consapevolezza: ricostruiscono a propria immagine un mondo in cui è sempre più faticoso distinguere il bene dal male.


http://style.it/cont/vogue/home-vogue.asp

sabato 8 settembre 2007

flairethical

Immagino che dietro il concetto di etica stia il concetto di responsabilità verso l'altro da sè.
Dico immagino perchè non essendo un filosofo non ne conosco l'architettura semiotica fino in fondo. Ma mi viene da pensare che un atto sia etico se responsabile, se valutato, se inserito in un contesto a cui non fa male, anzi a cui magari fa bene.
Ma un atto può anche dare risultato zero. Cioè non cambiare niente. Lasciare le cose come stavano prima. Forse la peggiore delle fini.

Un servizio sul numero di Settembre di Flair mi ha fatto pensare.
E' un servizio di moda con belle foto di Jean-Francois Campos e styling di Mika Mizutani realizzato in una comunità di zigani in Serbia. Una comunità di zigani poveri, molto poveri, visibilmente molto poveri, in un paese il cui solo nome porta ricordi di guerra.
E' già poco comprensibile l'avvicinare il lusso più sfrenato alla miseria ma ancora meno comprensibile è l'approccio verso questo progetto raccontato da Elena Bellini:

"...Il primo giorno, in albergo, ecco il problema: non c'è energia elettrica, il parrucchiere non può lavorare. Panico: e adesso? Niente paura: i nostri nuovi amici ci hanno portati nel salotto di una casa..."
"...Presto sono diventati un festoso impiccio ( i bambini n.d.r.): Campos era assediato, Marta anche. Così, lampo di genio: Mika e io con le nostre piccole digitali, ci siamo messi a ritrarli. Loro erano felici..."

Mi domando quale sia il pensiero dietro questo atto.
Ma soprattutto mi domando se questo atto avrà un impatto positivo, negativo o zero sulle 162.000 lettrici del giornale. Si esalteranno, chiuderanno il giornale schifate o semplicemente, e forse tristemente, passeranno oltre annoiate?

martedì 4 settembre 2007

stefano pilati docet

Di fronte ad un sistema politicamente "corrotto" non avevo altro modo per giungere alla mia consumatrice se non con un manifesto.


ysl.com

maria laura rodotà docet

La profana che entra in un giornale femminile (a me è capitato, per dirigerlo poi, e hanno avuto tutti molta pazienza) come prima cosa si informa: "Ma perchè nelle foto non si vedono i vestiti? Perchè qui c'è solo l'immagine sfocata di una manica? Perchè la doppia pagina in mezzo a questo servizio è dedicata ad un cavallo?...Ma era proprio necessario mandare fotografo, redattrice, assistenti e modelle nelle savane del Kenya se poi ci troviamo con ragazze quasi invisibili perse in uno sterrato che sembra di stare a Torbellamonaca? Non era più economico andare a Torbella almeno?"...
...E' colpa di tutti. Del circolo vizioso tra giornali-fotografi-inserzionisti della moda. Diventato così autoreferenziale da escludere il punto di vista della lettrice-eventualmente compratrice. Che infatti compra sempre meno, sia riviste, che abiti, che accessori. Perchè, a furia di elevare l'immagine, la moda ha perso immagine. Non ha più la centralità di un tempo nei discorsi e nei desideri...

dal Corriere della Sera del 4 Settembre 2007